La sfida sulle nazionalizzazioni. Aspetto decisivo della battaglia per l’uscita dalla Ue e dall’Eurozona

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La sfida sulle nazionalizzazioni. Aspetto decisivo della battaglia per l’uscita dalla Ue e dall’Eurozona

di Stefano Porcari

La vicenda del salvataggio del Mps, può diventare una occasione importante di chiarezza e di battaglia politica, sindacale, ideologica.

Da tempo andiamo sostenendo – nelle mobilitazioni e nei dibattiti – che occorre rimettere al centro dello scontro il tema delle nazionalizzazioni. Delle banche innanzitutto, ma anche di quei pezzi di sistema industriale lasciati andare in malora o svenduti dalle privatizzazioni prima e dalla divisione del lavoro interna all’Unione Europea.

Come pochi ricordano, e ancora meno sanno, fino agli anni horribiles dell’avvio del Trattato di Maastricht (1992/1993), le cinque principali banche italiane erano tutte “BIN” (banche di interesse nazionale), in cui la maggioranza del capitale era in mano all’Iri. Proprio in quegli anni il Credito Italiano, la Banca Commerciale, la Banca di Roma, ecc, vengono privatizzate. Dopo varie fusioni e concentrazioni diventeranno parte di Unicredit o Banca Intesa.

Da più di venti anni il sistema creditizio ha cessato di essere un sostegno al sistema economico complessivo (famiglie, imprese, ecc) e si è dedicato in primo luogo all’attività diinvestimento. I risultati sono ormai sotto gli occhi di tutti, inclusi i vermi nella pancia dei gruppi bancari, che sempre più spesso escono all’aperto.

In secondo luogo, la privatizzazione dell’industria a partecipazione pubblica (Iri, Efim, solo l’Eni è sopravvissuta in parte e in modo assai vulnerabile), ha portato al combinato disposto tra delocalizzazione e deindustrializzazione, alla sopravvivenza di una industria “di nicchia”, alla totale subalternità alle multinazionali straniere e alla disoccupazione di massa.

Produzioni strategiche e di qualità (dall’alluminio al lamierino, dagli autobus alla chimica/farmaceutica, ai computers) hanno visto la chiusura delle fabbriche dopo un periodo di “cannibalizzazione” delle loro quote di mercato da parte di multinazionali estere. Le storie di Alcoa, Irisbus, Olivetti o della stessa Ilva, sono lì a documentare il cimitero industriale lasciato in questo paese da una divisione del lavoro, asimmetrica e disuguale, decisa dall’Unione Europea. Il surplus accumulato dalla Germania, oltre che all’euro, ha molto a che vedere con questo processo.

In terzo luogo la privatizzazione e la svendita delle reti strategiche (telecomunicazioni, energia, trasporti) ha visto non solo il prevalere della dimensione finanziaria rispetto a quella dei servizi pubblici e dell’innovazione tecnologica (vedi il destino di Telecom ed Enel), ma anche l’acquisizione di quote decisive da parte di multinazionali estere (Vivendi, Telefonica etc.), che ormai determinano funzioni, priorità e organici di aziende decisive nell’economia. La stagnazione e il declino economico dell’Italia subalterna ai vincoli dell’Unione Europea sono ormai visibili anche in settori crescenti della società, nei settori operai e popolari come in quelli di piccole e medie aziende industriali, commerciali o dei servizi. Gli striscioni contro la Direttiva Bolkestein non compaiono più nelle manifestazioni “no global”, ma addirittura nei mercati di quartiere.

In tal senso la parola d’ordine della nazionalizzazione delle banche e delle industrie strategiche ha oggi tutte le potenzialità, le possibilità e le ragioni per diventare il punto di forza della battaglia generale per la rottura della e con l’Unione Europea e l’Eurozona. Non possono che essere questi, e non altri, i punti di forza del movimento e del conflitto reale nei prossimi mesi. Se ne facciano una ragione in molti, a destra come a sinistra.

One comment

  • Giacomo Casarino

    Grazie a Stefano Porcari. Mi corre però l’obbligo di far notare a tutti noi, di ROSS@ e di Eurostop, che, come ha dimostrato l’articolista, non era necessaria molta immaginazione politica per provare a declinare, in termini di obiettivi di lotta immediati, la parola d’ordine “Rompere l’Europa” o Italexit, che dir si voglia: cosa che finora è mancata. A darle concretezza e materialità, ad individuare possibili interlocutori e soggetti sociali (Monte dei Paschi, ILVA di Taranto ecc.), ad evitare così quella che è stata o è apparsa fino ad oggi una mera declamazione, oserei dire, parolaia. Occorre, a mio parere, proseguire su questa strada se vogliamo effettivamente mettere gambe alla nostra denuncia/proposta di mobilitazione e far politica effettivamente.

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