Referendum, quale lezione per la sinistra radicale?

di Carlo Formenti

no-sociale-510Ho resistito all’impulso di commentare a botta calda l’esito del referendum, manifestando la mia gioia per la disfatta di un progetto di “riforma” la cui valenza reazionaria ha pochi precedenti nella storia italiana del secondo dopoguerra (mi vengono in mente la legge truffa e il governo Tambroni). Mi sono trattenuto perché ritengo che l’evento meriti ragionamenti più ampi e approfonditi del cicaleccio mediatico con cui è stato celebrato. Provo ora ad abbozzare una riflessione a mente fredda.

Il primo aspetto di cui va preso atto è il clamoroso fallimento della casta dei comunicatori (giornalisti, sondaggisti, spin doctor) chiamati ad alimentare e sostenere la campagna elettorale renziana: come già avevano dimostrato Brexit ed elezioni presidenziali Usa, la loro capacità di manipolare l’opinione pubblica si è ridotta praticamente a zero, malgrado il ricorso all’arma di dissuasione di massa del terrorismo economico, puntualmente ridicolizzato dalla (mancata) reazione dei mercati. Eppure, mentre i cittadini si sono dimostrati impermeabili a lusinghe e minacce, lo stesso non si può dire per buona parte dei militanti impegnati nella campagna per il No, molti dei quali hanno fino all’ultimo momento temuto di poter perdere, a testimonianza del fatto che anche le componenti politiche più sane di questo Paese hanno smarrito – almeno in parte – la capacità di interpretare gli umori della propria base sociale, sottovalutandone il livello di consapevolezza e la capacità di mobilitazione.

Un secondo aspetto che balza agli occhi è, assieme alla partecipazione di massa al voto, la sua composizione sociale, generazionale e regionale. Hanno votato sì i vecchi e i ricchi che vivono nei centri storici (soprattutto al Nord), hanno votato no i giovani (oltre l’80%!), le periferie, le regioni meridionali (in blocco), proletari, precari, classi medie impoverite. In barba alle elemosine e alle promesse renziane, in barba alla retorica sulle startup e sui giovani delle professioni emergenti, in barba ai tentativi di scatenare la guerra fra giovani e vecchi, fra garantiti e precari, fra uomini e donne, in barba al tentativo di valorizzare le riforme sui diritti civili per far dimenticare l’attacco a diritti sociali, welfare, salari e occupazione, in barba alla retorica nuovista e al tentativo di bollare come conservatori coloro che si battevano per difendere la costituzione dall’attacco del capitale globale (JP Morgan, Bce, Ue, Fmi, ecc.).

Perché stupirsi? Non c’erano anche qui condizioni analoghe a quelle che negli Stati Uniti hanno indotto le masse dei perdenti al gioco della globalizzazione a votare per Sanders alle primarie democratiche e poi (emarginato Sanders dal “golpe” clintoniano) per Trump alle presidenziali, o che in Inghilterra hanno indotto le periferie delle metropoli de industrializzate a votare Brexit? Insomma: avremmo dovuto saperlo che si sarebbe vinto. Tuttavia ora è il momento di capire meglio perché non poteva che andare così, e di ragionare sui compiti che questa vittoria ci affida. Proverò a farlo prendendo spunto dal dibattito che il mio ultimo libro (“La variante populista”, DeriveApprodi) ha provocato a sinistra, concentrandomi su tre temi di fondo: 1) crisi del processo di globalizzazione; 2) populismo e sovranità popolare come terreno strategico dello scontro di classe; 3) ridefinizione del soggetto della lotta anticapitalista.

Una delle mie tesi che più ha suscitato scandalo è quella secondo cui la sovranità popolare e nazionale tornano a essere terreno strategico dello scontro fra capitale e classi subordinate. A parte le accuse di “rossobrunismo” rivoltemi da alcuni imbecilli, l’obiezione più ricorrente è stata quella secondo cui la sovranità, intesa come autonoma capacità di un popolo di decidere del proprio destino, è oggi resa impossibile dagli irresistibili automatismi del mercato globale. Si tratta di un argomento condiviso da un’ampia schiera di intellettuali che va dalla destra ordoliberista alle sinistre radicali (le quali vi hanno fatto ricorso per giustificare la resa di Tsipras ai diktat della Ue), uno schieramento che, per quanto attraversato da profonde fratture ideologiche, appare unito nella difesa dell’Europa contro le insorgenze populiste, liquidate in blocco come nazionalismi di destra.

Si tratta di una visione “economicista” che, pur richiamandosi al marxismo, svilisce la concezione di Marx del capitalismo come rapporto di forza fra classi sociali (e non come prodotto di presunte “leggi” dell’economia). Una visione che vede la globalizzazione come un processo oggettivo e lineare, del quale non riesce a cogliere le controtendenze. Controtendenze che, viceversa, appaiono evidenti (e preoccupanti) agli occhi delle élite dominanti: vedi l’intervista al “Corriere della Sera” rilasciata in data 1 dicembre da Francis Fukuyama, il quale associa il declino dell’egemonia americana a una vera e propria disintegrazione dell’ordine postbellico che minaccia la stessa sopravvivenza della democrazia liberale; vedi pure l’articolo dell’Economist, significativamente intitolato “Economists cannot stop Trump, but perhaps they can understand it”, nel quale, da un lato, si ammette che il processo di globalizzazione è la causa fondamentale degli intollerabili livelli di disuguaglianza che hanno favorito la Brexit, il trionfo di Trump (e quello del No in Italia), dall’altro si afferma che la risposta al “trumpismo” dev’essere cercata sul piano politico e non su quello economico.

Si va insomma diffondendo la consapevolezza che il mondo sta attraversando una crisi analoga a quella che segnò la fine della prima grande globalizzazione un secolo fa. Una crisi tutta politica, nel senso che, dopo quarant’anni di “guerra di classe dall’alto” la disuguaglianza ha raggiunto livelli tali da mettere in crisi la capacità del sistema liberal democratico (ormai compiutamente postdemocratico) di ottenere consenso sociale. In altre parole, il capitale incontra crescenti difficoltà a fronteggiare la caduta del saggio di profitto che lo perseguita dagli anni Settanta del secolo scorso come ha fatto finora, cioè attraverso la distruzione sistematica di welfare, salari, diritti sociali, sindacati, ecc. E ciò avviene nel momento in cui il sistema imperiale fondato sull’egemonia americana vacilla, mentre altre potenze (Cina e Germania su tutte) le contendono il primato, acuendo i conflitti interimperialistici. Come un secolo fa si aprono tre strade: 1) protezionismo, lotta per la spartizione delle aree neocoloniali, fascistizzazione, guerra; 2) tentativo di “incivilire” la globalizzazione attraverso una serie di accordi fra potenze e qualche concessione alle classi subordinate (la via auspicata dall’Economist); 3) intensificazione della lotta di classe e apertura di scenari di transizione a società postcapitaliste.

Il punto è: lottare per riconquistare sovranità popolare e nazionale (nel nostro caso: lottare per l’uscita dell’Italia dalla Ue) significa arrendersi al primo scenario, oppure è un passaggio obbligato per accelerare l’avvento del terzo scenario? Le sinistre hanno accantonato ogni riflessione sulla questione nazionale a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, quando sembrava che le lotte di liberazione dei popoli del Terzo Mondo dal dominio coloniale fossero giunte a compimento, né sono tornate a occuparsene quando nuove forme di dominio coloniale e semicoloniale sono venute affermandosi (e non solo nel Terzo Mondo: vedi il caso greco!). Dai “classici” – sia Marx che Lenin – la questione è sempre stata affrontata in modo pragmatico, mettendola in relazione ai concreti contesti storici, culturali e sociali. Né Marx né Lenin sono stati assertori di una concezione astratta dell’internazionalismo, avendo piuttosto costantemente cura di distinguere fra cosmopolitismo borghese e internazionalismo proletario: il primo teso all’abbattimento dei confini per promuovere l’internazionalizzazione della produzione e degli scambi commerciali e finanziari, il secondo concepito come costruzione di solidarietà fra lotte nazionali, perché la lotta di classe può svilupparsi solo a tale livello. Chi oggi contesta quest’ultimo punto ignora il fatto che la lotta di classe è anche e soprattutto conflitto fra luoghi (territori) e flussi (di capitale, merci, informazioni, élite) che colonizzano e sfruttano i luoghi e, al tempo stesso, tende di fatto a presumere un’inesistente convergenza di interessi fra mobilità dei capitali e mobilità della forza lavoro.

Posto che solo gli imbecilli parlano ormai del neoliberismo come fine dello stato, visto che a tutti è evidente come lo stato abbia svolto e svolga un ruolo determinante nella costruzione – anche qui tutta politica – del sistema ordoliberista, la questione riguarda piuttosto il divorzio fra i due termini del binomio stato-nazione: ad andare in pensione non è lo stato, che deve anzi promuovere e garantire il funzionamento del mercato e indottrinare la popolazione con la narrazione dell’individuo imprenditore di sé stesso, oltre a smantellare tutti gli strumenti di autodifesa delle classi subordinate, bensì la nazione in quanto ambito giuridico, economico e politico in cui far valere i diritti collettivi del popolo, per cui il superamento dello stato-nazione si presenta come un regresso storico e non come un salto in avanti progressivo, come erroneamente sostenuto da (quasi) tutte le sinistre che, non a caso, hanno stupidamente regalato alle destre il monopolio della lotta contro la perdita di sovranità. È vero, come scrive Paolo Gerbaudo, che i populismi di destra e di sinistra sono accomunati dall’idea “che per costruire un nuovo ordine sociale sulle macerie della globalizzazione neoliberista sia necessario rivendicare il diritto di comunità politiche definite su base territoriale di gestire la loro vita collettiva in modo relativamente autonomo dalle differenze esterne (…) un certo grado di indipendenza rispetto alle forze e ai flussi globali che sembrano frustrare qualsiasi tentativo di controllo reale da parte delle comunità sul proprio destino” e tuttavia le concezioni di sovranità cui si fa qui riferimento sono radicalmente diverse: da un lato, un immaginario etnico improntato alla coppia sangue e suolo, dall’altro una visione della sovranità popolare come mezzo di inclusione, di reintegrazione nello stato di una cittadinanza che se ne sente sempre più esclusa a mano a mano che (come si è tentato di fare con la “riforma” Renzi) vengono indebolite o spazzate via le istituzioni di partecipazione e rappresentanza politiche. Una sovranità concepita come arma di lotta del popolo contro le oligarchie, dei molti contro i pochi, dei poveri contro i ricchi. Il che ci conduce al tema del soggetto della lotta e della forma politica di tale lotta.

Gli attacchi più duri al mio discorso sul soggetto politico e sul populismo come forma attuale della lotta di classe sono arrivati dagli intellettuali postoperaisti (com’era scontato, visto l’ampio spazio che il mio libro dedica alla critica delle loro tesi). Costoro rifiutano di essere accomunati sotto un unico paradigma, e tuttavia, ancorché divisi in piccole sette concorrenti, conservano una sostanziale omogeneità di impostazione. A Franco Bifo Berardi – che pure nell’articolo che sto per citare non mi chiama direttamente in causa – occorre riconoscere il merito di avere sintetizzato (forse un po’ schematicamente, ma in modo efficace) le loro posizioni in un recente intervento su Alfabeta2. Anche lui coglie analogie con la situazione di un secolo fa, ma dà per scontato (salvo miracoli, vedremo a quali condizioni) l’esito che poco sopra ho descritto come primo scenario (cioè la fascistizzazione). Questo perché, scrive “ogni tentativo democratico di sottrarsi alla governance neoliberale è fallito: la volontà cosciente del corpo sociale non è in grado di agire sull’astrazione finanziaria, quindi reagisce secondo le linee dell’identità antiglobale”.

A saltare agli occhi è qui l’ipostatizzazione della invincibile potenza dell’astrazione finanziaria: una visione ultraeconomicista che, sommata all’esaltazione della presunta potenza emancipatrice della rivoluzione digitale e della transizione al capitalismo “immateriale” (?!), fa sì che Bifo veda nella “Silicon Valley globale” il solo terreno possibile di un’inversione di tendenza. Chi il protagonista di tale miracolo? Naturalmente la classe cognitiva, perché “Solo quando la soggettività politica corrisponde alle forze sociali che muovono la macchina sociale diviene possibile un cambiamento cosciente. Solo la ricomposizione della minoranza sociale costituita dai lavoratori cognitivi, cioè coloro che programmano la macchina globale e le permettono di evolversi e di funzionare, potrà mettere in moto un processo di trasformazione reale. Non è questione di sovranità, ma di smantellamento e riprogrammazione dell’algoritmo tecno-linguistico che sta al cuore della macchina sociale” per cui oggi “dobbiamo ragionare sul programma come alternativa algoritmica all’algoritmo dominante”. I postoperaisti hanno mandato in soffitta molti dogmi marxisti, in compenso qui vediamo come abbiano viceversa conservato quelli più vetusti e meno difendibili: l’idea secondo cui la rivoluzione è possibile solo se e quando le forze produttive siano sufficientemente sviluppate (nemmeno il fatto che tre rivoluzioni industriali abbiano sempre rinforzato il dominio del capitale sul lavoro basta a far loro cambiare idea); l’idea che la coscienza antagonista si concentri negli strati sociali vicini al punto più alto dello sviluppo capitalistico (e poco importa se questi strati sono oggi i più integrati nel sistema di dominio); l’idea che la scienza e la tecnica siano sostanzialmente “neutrali”, che incorporino cioè una potenza di emancipazione di cui è possibile appropriarsi con relativa facilità. Si tratta di una visione “immanentista” – le energie della trasformazione sono tutte interne al rapporto di capitale – che induce chi la condivide a perdersi in estatica contemplazione del culto del capitale scambiandolo per il radioso sol dell’avvenire.

Si tratta, anche, di una visione aristocratica che indica in una tecnoélite l’unico soggetto in grado di evitare il disastro della fascistizzazione e, al tempo stesso, nutre quello che non saprei definire altrimenti che disprezzo, se non vero e proprio odio, nei confronti degli strati inferiori di classe e degli esclusi: gli operai impoveriti che vanno dietro a Trump come i topi dietro al pifferaio magico (a dire il vero avevano sostenuto Sanders, ma non hanno avuto lo stomaco di sostenere la Clinton, più che andar dietro a Trump), vengono descritti come pronti a iscriversi a un “nazional operaismo” emulo del nazional socialismo. Il nostro arriva a parlare del “trumpismo alimentato dalla rabbia impotente del popolo demente”. Non so se si tratti di un lapsus calami, se così non fosse Bifo dovrebbe rendersi conto che si è appena iscritto a un pessimo club, assieme a Sarkozy (ricordate la sua battuta sulla racaille delle banlieux?), a Hollande e al suo disprezzo per gli “sdentati” e a Hillary Clinton e Renzi (a loro volta prodighi di paroline dolci per la “feccia” dei poveri) . Evidentemente per certi intellettuali il popolo è demente quando non aderirsce a modelli di comportamento che confermerebbero le loro “analisi” e i loro desideri. Non so cosa pensi Bifo del trionfo del No ma, nel caso volesse applicare lo stesso metro di misura con cui ha valutato la Brexit e le elezioni Usa, gli suggerisco di leggere quanto ha scritto il nostro comune amico Gigi Roggero in un post su Facebook: “Non eravate voi quelli che non si fa politica con i No ma solo con i desideri, che la rabbia è una passione triste, che il quinto stato trionferà (…) che tutta la composizione di classe al di fuori dai vostri salotti è plebaglia reazionaria?”

Resta da stabilire se sia vero che – sempre secondo Bifo, ma anche secondo gli altri postoperaisti – il populismo – ancorché di sinistra – sia incapace di ricomporre le forze oggettive del lavoro. Veniamo così al nodo del soggetto e delle forme politiche della lotta di classe oggi. Per evitare di annoiare me stesso, oltre che i lettori, ripetendo quanto ho scritto in proposito nel libro, riprenderò alcuni passaggi da un lungo intervento di Mimmo Porcaro che considero il commento più approfondito e articolato che mi sia finora capitato di leggere sul mio libro. “A parere di Formenti”, scrive Porcaro cogliendo appieno il nocciolo della questione, “(il soggetto) non può essere dedotto da categorie sociologiche, non può essere desunto dalle dinamiche generali del capitale, può essere individuato solo in seguito a ‘un’analisi concreta della situazione concreta’, condotta in ciascuna specifica congiuntura della lotta di classe. Non si può quindi prevedere quale sia il soggetto (o, meglio, la convergenza di diversi soggetti) che di volta in volta diviene protagonista dei conflitti: la rivolta e le sue forme sono per definizione imprevedibili proprio perché fuoriescono dalla routine della riproduzione del capitalismo”. È proprio in base a tale impostazione metodologica – qui ben sintetizzata – che ho ritenuto di dover associare le esperienze più efficaci della lotta di classe alla forma populista (soprattutto alle sue varianti bolivariane in America Latina, al fenomeno Sanders negli Stati Uniti e alle esperienze europee di Podemos, e di Syriza prima della capitolazione).

Porcaro mette poi in luce come la mia attenzione si rivolga soprattutto verso gli strati bassi della società, verso le resistenze alla modernizzazione piuttosto che verso il vertice della modernizzazione stessa; verso la periferia, il “fuori” dal capitalismo, una periferia che – anche qui Porcaro coglie un nodo fondamentale – non si identifica necessariamente con i rapporti sociali precapitalistici, ma “può essere il prodotto del movimento incessante della modernizzazione che sempre distrugge o rende periferiche le forme di vita precedenti (anche quelle già capitalistiche ma non più confacenti alle aumentate esigenze dell’accumulazione)”. Tema che richiederebbe ulteriori approfondimenti (auspicabilmente oggetto di lavori futuri, miei o altrui) nel senso di cogliere la logica profondamente neocoloniale delle nuove forme di sfruttamento capitalistico, anche all’interno dei cosiddetti paesi avanzati. Aggiungo che questa attenzione verso il “basso” non nasce dal fatto che io lo ritenga la sede “naturale” dell’antagonismo, bensì perché è oggi concretamente al centro delle sole forme visibili di rivolta.

Il populismo è di per sé in grado di far fronte a questa sfida e di indirizzarla verso esiti progressivi? Assolutamente no, e i lettori onesti sanno che non ho mai affermato qualcosa del genere. Cito ancora Porcaro: “(per Formenti) il populismo non è un nemico da esorcizzare ma è piuttosto la forma storicamente determinata della lotta di classe, è un campo nel quale bisogna situarsi senza timore, per meglio condurre una battaglia per l’egemonia finalizzata a trasformare il populismo stesso in una direzione coerentemente anticapitalista e socialista, sconfiggendone le inevitabili e ben radicate tendenze di destra”; e questo perché: “se la compattezza sociologica della classe è stata programmaticamente dissolta, se l’efficacia politica della sua lotta è stata consapevolmente ostacolata, se i grandi partiti di massa sono stati visti come la ragione di ogni male e se gli spazi di espressione democratica si sono drasticamente chiusi a svantaggio dei lavoratori, è assolutamente inevitabile che la stessa lotta di classe si presenti come populista”. Dopodiché Porcaro mi rimprovera di non aver sufficientemente distinto fra il populismo come forma di mobilitazione dal populismo come forma di stato, inevitabilmente esposto a ambiguità e tendenze di destra. Accetto l’appunto, anche se, con la mia critica alle tesi di Laclau e la torsione gramsciana che ne ho suggerito attraverso le categorie di blocco sociale ed egemonia, credevo di avere sciolto il nodo (ma evidentemente non sono stato abbastanza chiaro).

Per giungere alle conclusioni, come rapportare tutto ciò alla situazione del dopo referendum? Diciamo subito che la sconfitta segna una battuta di arresto per le élite neoliberiste, ma non le induce in alcun modo a rinunciare ai progetti di de democratizzazione del Paese. Il fatto è che, se vogliono sopravvivere, impedendo che si realizzino il primo o il terzo scenario (fascistizzazione o ripresentarsi dello spettro del socialismo), devono insistere in tale progetto. Il discorso di Renzi sul “suo” quaranta per cento di consensi è chiarissimo: l’obiettivo resta quello della governabilità, vale a dire del dominio di una minoranza sulla maggioranza dei cittadini da realizzare attraverso alchimie elettorali (premi di maggioranza, grandi coalizioni o quant’altro). Lo conferma il governo “fotocopia” di Gentiloni (con la Boschi simbolicamente promossa a sottosegretario alla presidenza del consiglio), e lo conferma l’immediato rilancio della campagna mediatica a sostegno del Pd renziano, che alimenta la speranza di portare la legislatura alla sua scadenza naturale, creando le condizioni per una rivincita. È possibile che la paura di ulteriori perdite di consenso induca a più miti consigli in materia di austerità, attacco al welfare, smantellamento dei diritti sociali, ecc. (vedi sopra lo scenario due, ovvero la globalizzazione “dal volto umano”), ma ciò non intacca la necessità di esorcizzare lo spettro populista (di destra o di sinistra).

Come dovrebbero muoversi in questa situazione le forze che si sono impegnate nella campagna per il No da una prospettiva coerentemente anticapitalista? Si tratta di far compiere un salto di qualità alla costruzione di un fronte politico e sociale che saldi le lotte contro le controriforme sociali degli ultimi trent’anni alla battaglia per l’uscita dell’Italia dalla Ue (un obiettivo che si caratterizza sempre più come discriminante decisiva); occorre incrociare il conflitto di classe con quelli che emergono dalle nuove forme di esclusione che colpiscono larghi strati dei classe media (lavorando alla costruzione di un sindacalismo sociale che restituisca rappresentanza alle classi subordinate, abbandonate da un sindacalismo confederale sempre più complice delle élite dominanti). Si tratta, insomma, di saldare in un unico fronte di lotta l’opposizione ai tre volti (regime politico, controriforma sociale, vincolo europeo) di quello che appare un unico avversario saldamente integrato nelle istituzioni del capitale globale. Infine, sul breve-medio periodo – in assenza di movimenti paragonabili alle esperienze di Podemos o di Syriza prima maniera -, si tratta di contrastare con energia ogni ipotesi di legge elettorale maggioritaria (soglie di sbarramento, premi di maggioranza, ecc.) e di appoggiare, alla prima scadenza elettorale, il Movimento5Stelle che, pur non presentando caratteristiche antisistema, ha almeno il merito di canalizzare la rabbia popolare, impedendole di confluire nelle schiere del populismo di destra, e offre alcuni elementi programmatici condivisibili (reddito di cittadinanza, stop alle grandi opere inutili, difesa del welfare, una sia pur titubante linea anti euro). Anche perché una sua vittoria elettorale potrebbe rappresentare un momento di destabilizzazione sistemica da cui partire per lanciare obiettivi più avanzati.

(24 dicembre 2016)

 (Pubblicato su Micromega online)

2 comments

  • Giacomo Casarino

    Se è lecito percorrere metodologicamente il sentiero, per quanto ambiguo, delle analogie storiche, dovremmo prendere atto del fatto che tanto le recenti rivolte populiste (penso in particolare al Venezuela di Chavez e all’Ecuador di Correa) quanto le più celebrate rivoluzioni sociali, tipicamente quella francese del XVIII secolo e quella bolscevica, questa seconda ispirata ad una sorta di neogiacobinismo, hanno reclamato alla loro guida forti leaders (possiamo definirli carismatici?), tratti dall'”esterno” della loro base sociale: senza di loro i movimenti non si sarebbero affermati e non avrebbero vinto. Questo elemento contraddistingue in Francia La Grande Rivoluzione dalle innumerevoli jacqueries del passato. (Tutto questo in oggi non vuole avvalorare e attualizzare la teoria leniniana del partito.)
    Si dà dunque il caso che l’eversione della feudalità è stata guidata in Francia in larga misura da aristocratici e nel Novecento in Russia quella “socialista” da borghesi, talora appartenenti ad un’etnia e ad una cultura minoritaria, quella ebraica.
    Fatta salva quindi la critica al postoperaismo, ma anche all’ingraismo (nuovo modello a partire dai punti alti dello sviluppo), svolta da Formenti, che mi trova d’accordo, non possiamo, a mio giudizio, pensare che “gli strati bassi della società, […] le resistenze alla modernizzazione”, quanto, insomma, è “al di fuori” sia di per sé autosufficiente ad esprimere una coscienza ed una critica complessiva, di sistema. Non possiamo, neppure nelle nuove condizioni del sapere e delle comunicazioni proprie del XXI secolo, fare a meno di “eccezioni”, come quelle che prima ho esemplificato. Il connubio tra élites “esterne”, per così dire, illuminate, e popolo inteso nelle sue componenti più sfruttare, se non schiavizzate, non costituisce forse la via obbligata per la costruzione del blocco storico? Tutto questo per dire che non dobbiamo cadere in sterili schematismi analitici.

  • Non ci siamo,stiamo girando a vuoto,tutte le esperienze,le lotte,gli errori del movimento comunista mondiale spazzati via dal nuovismo,dalle terze vie,dal postcomunismo tuto quello fatto,scritto da Marz,lenin,stalin,Mao,Gramsci e dai movimenti rivoluzionari mondiali,le strategie,le tattiche,le contraddizioni principali e secondarie,lostudio e l’appilcazione sulle mutevoli forme e trasformazioni del capitale, con una visione complessiva inesistitente delle trasformazioni dei processi produttivi del capitale…… dove sono finite?Senza la visione e di conseguenza costruzione di una nuova organizzazione politica complessiva non andiamo da nessuna parte

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